Recensione Uglies: Perché Questo Sci-Fi Young-Adult Non Ha Convinto?

La società del futuro ha vissuto una trasformazione radicale, con le risorse del pianeta completamente esaurite. Questo ha causato un caos nelle strade, portando il mondo a una guerra senza fine. Per cercare di salvare una civiltà sull’orlo del collasso, è stato ideato un progetto innovativo che, Non ha affrontato il problema fondamentale della natura umana, intrinsecamente imprevedibile. In Uglies, si è tentato di eliminare le differenze, siano esse fisiche o di classe, sviluppando una tecnologia che trasforma ogni individuo, al raggiungimento dei sedici anni, rendendolo esteticamente perfetto. Tally, una ragazza giovane, e il suo migliore amico Peris, si preparano ad affrontare questo importante momento, ma un incontro con una coetanea cambierà il suo punto di vista sul mondo. Tally si troverà così coinvolta in una complessa situazione che potrebbe influenzare il futuro dell’umanità.

Uglies: l’essere e l’apparire

Il film è tratto dal romanzo Brutti, scritto nel 2005 dallo scrittore statunitense Scott Westerfeld e pubblicato in Italia da Mondadori. I diritti dell’opera erano stati acquisiti un anno dopo la sua pubblicazione, ma è stata necessaria una lunga attesa di quasi vent’anni per la sua realizzazione cinematografica, che è stata distribuita direttamente su Netflix come produzione original.

Il romanzo è chiaramente uno young-adult, con protagonisti adolescenti che si confrontano con sfide più grandi di loro, diventando elementi chiave per il futuro di una società in crisi. Il film, tuttavia, perde la propria potenza narrativa nelle prime sequenze, grazie a un rapido voice-over di Tally che introduce una realtà apparentemente utopica, ma che si rivela essere l’incarnazione di un incubo orwelliano, caratterizzato da un controllo totale da parte di forze antagoniste pronte a estirpare ciò che rende gli individui umani.

Un futuro da proteggere

In alcune parti, si possono notare echi del film Equals (2015) e, in altri momenti, richiami a La Bête (2023) di Bertrand Bonello; tuttavia, il tutto risulta ripetitivo e superficiale, servendo appieno il pubblico giovane di riferimento, che si sentirà catturato dalla consueta storia d’amore e si identificherà con la protagonista, interpretata da Joey King, meno incisiva del solito.

In un contesto in cui l’imperfezione fisica porta all’emarginazione, esistevano elementi per approfondire l’ossessione per l’estetica. Sfortunatamente, la sceneggiatura non sottilizza mai su come la trasformazione possa impattare profondamente gli individui. Il cambiamento non si limita, infatti, a una mera evoluzione esteriore, ma colpisce anche l’individuo interiormente, creando differenti schieramenti senza una vera complessità e presentando antagonisti poco sviluppati che rendono la missione dell’eroina molto più semplice, sebbene ci sia l’intenzione di chiudere con un epilogo ambiguo e aperto.

Le aspettative per Uglies, sotto la direzione di McG, noto per il suo passato cinematografico non all’altezza, non sono state soddisfatte. Anche a livello visivo, il film si mostra fallimentare, con effetti speciali scadenti e azioni frenetiche in un contesto che appare poco credibile, mostrando ribelli in hoverboard che si muovono in un’ambientazione vagamente futuristica.


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