Recensione MaXXXine: La Magica Conclusione della Trilogia che ti Sorprenderà!

Uno dei più intriganti sviluppi nel campo cinematografico statunitense negli ultimi anni è il sodalizio tra Ti West e Mia Goth. Loro sono i creatori di una trilogia horror che ha catturato l’attenzione e che culmina con l’uscita di MaXXXine, dopo i precedenti film X e Pearl. In questo ultimo capitolo, distribuito in Italia da Lucky Red, le ambizioni narrative si ampliano notevolmente, ma rischiano di far smarrire il senso primordiale del progetto.

evoluzione di una star

La storia si svolge sei anni dopo il terribile massacro avvenuto in Texas. Maxine Minx è ormai un volto noto nell’industria dei film per adulti. Nonostante ciò, sente che il suo talento non può essere confinato a quel mondo e si trasferisce a Los Angeles per lavorare nel sequel di un film horror intitolato La Puritana II. La sua ascesa verso la vera celebrità è frenata da un serial killer che mietea vittime tra coloro che la circondano e da un investigatore privato che minaccia di rivelare il suo passato oscuro. Questo fa sorgere la domanda: fino a che punto è disposta ad arrivare Maxine?

l’eredità degli anni ottanta

Il film MaXXXine si immerge negli anni Ottanta, esplorando una hollywood corrotta e minacciata dal conservatorismo religioso. Ti West, in questo contesto potentemente evocativo, si trova a gestire numerosi stimoli sensoriali e narrativi. La transizione dall’horror al thriller sembra difficile, lasciando il film privo di un’identità chiara e di un’originale voce narrativa.

Lo stile richiama molti riferimenti cinematografici, tra cui De Palma, il giallo all’italiana, l’exploitation, e persino il cinema underground. Ma nessuno di questi riesce veramente a integrarsi pienamente nella narrazione, sfumando in una semplice imitazione anziché evolvere in una ricca evocazione cinefila. Le ambizioni del film si diluiscono, rendendo il progetto forse meno incisivo rispetto ai primi due capitoli della trilogia.

un cinema al limite del simbolismo

Nella trilogia, il film conclude il percorso iniziato con i capitoli precedenti, anche se riesce a brillare solo in questo contesto di chiusura narrativa. Mia Goth, che in Pearl aveva mostrato talento indiscusso, si trova a subire l’allontanamento del film dal suo volto, diventando un’accessorio rispetto all’insieme degli altri personaggi. Le componenti di analisi sul corpo femminile e la violenza come atto di affermazione perdono forza in questa narrazione.

Questo capitolo finale appare come una maschera che, non possedendo una struttura solida internamente, non riesce a trasmettere quella potenza narrativa che si scorgeva nei precursori. Al di là dell’apparenza e del primo impatto visivo affascinante, sotto la superficie il film rivela il suo cuore vuoto, mancando di un messaggio chiaro e di un’autentica profondità tematica.


Scopri di più da Jump the shark

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi