Film di jason statham in remake, classifica dal peggiore al migliore
Jason Statham ha attraversato la propria carriera affermandosi soprattutto nel cinema d’azione, ma nei primi anni ha anche scelto strade diverse, entrando in remake e reboot spesso lontani dalla sua futura immagine di star. Tra commedie, thriller e film d’intrattenimento ad alto tasso di adrenalina, il risultato è una lista variegata: alcuni titoli restano appuntamenti piacevoli, altri risultano meno riusciti e finiscono per essere ricordati meno facilmente.
La rassegna qui organizzata mette in fila le pellicole in cui Statham ha partecipato in contesti di rielaborazione cinematografica, evidenziando punti di forza e criticità legati all’impostazione, al cast e alle scelte di regia.
8) the pink panther (2006): cameo comico ma reboot poco incisivo
Statham, pur non essendo spesso impiegato in commedie, mostra una certa naturalezza nel registro umoristico. Nel Pink Panther del 2006 compare con un ruolo breve e non accreditato, interpretando un coach di calcio la cui morte fa partire la storia. Il progetto, sulla carta, promette divertimento: la sostituzione di Peter Sellers alla guida dell’ispettore Clouseau viene affidata a Steve Martin, affiancato da un cast notevole con Kevin Kline ed Emily Mortimer.
Il film, però, si trascina. Clouseau viene costruito come figura irritante, e le gag vengono portate avanti in modo estremamente ampio, con un’impostazione che all’epoca ha funzionato ma che col tempo risulta poco efficace. Il reboot appare oggi come qualcosa che meriterebbe di essere dimenticato, anche per i fan curiosi del cameo che possono trovarlo in modo più diretto altrove.
7) 13 (2010): thriller apprezzato, remake che perde tensione e stile
13 Tzameti è un thriller francese del 2005 noto per un’atmosfera cupa e per una resa visiva in bianco e nero, fattori che lo hanno reso uno dei titoli più memorabili del genere in quell’anno. Non sorprende quindi che Hollywood abbia provato a lavorare su un remake. Nel progetto del 2010 tornano figure chiave legate all’originale e al progetto, tra cui il regista Géla Babluani, e il cast comprende anche Jason Statham, Mickey Rourke e Ray Winstone.
Il problema, però, è che il remake smarrisce ciò che rendeva efficace la versione di partenza. La tensione “viscida” dell’originale viene meno, mentre una parte del racconto finisce per dilatarsi con sottotrame legate agli altri partecipanti. La scelta più penalizzante riguarda l’eliminazione del look originale: la transizione verso un’estetica senza bianco e nero porta a un thriller che risulta ironicamente privo di carattere, nonostante la presenza di un cast di alto livello.
Il film è rimasto a lungo in una sorta di “limbo” e ha avuto una distribuzione limitata, motivo per cui la proposta viene spesso indicata come da saltare, anche da chi cerca con completezza le partecipazioni di Statham.
6) wild card (2015): aggiornamento che non decolla tra energia bassa e azione prevedibile
Wild Card si inserisce in un percorso particolare perché incrocia l’area professionale di Jason Statham con quella di Burt Reynolds. Il film aggiorna il thriller cupo del 1986 Heat, scritto a partire da un romanzo di William Goldman. Nel 2015, però, la trasposizione non riesce a raggiungere un buon risultato complessivo: il progetto arriva in un momento in cui Statham veniva da una serie di titoli meno memorabili, come Parker e The Expendables 3.
La struttura tende più verso un dramma che verso un’azione continua, con esplosioni occasionali. A dare un tono più colorato contribuiscono interpreti di supporto come Stanley Tucci e Jason Alexander, ma nel complesso il film appare stanco. Nei passaggi drammatici l’energia risulta bassa, e le sequenze d’azione non presentano elementi capaci di stupire, risultando gestibili anche per chi abbia già familiarità con il suo stile.
5) ghosts of mars (2001): primo ruolo action, tra omaggio “sporcato” e gusto B-movie
Ghosts of Mars viene indicato come uno dei primi incarichi d’azione di Statham. Il film del 2001 rappresenta anche un secondo tentativo di John Carpenter di rielaborare un proprio riferimento cinematografico, riprendendo Rio Bravo, classico western legato a un gruppo di personaggi sotto assedio. In questa versione, Statham e il resto del cast affrontano una situazione dominata da minatori colpiti da spiriti alieni vendicativi.
Il contesto di produzione conta anche come riferimento alla ricezione critica iniziale: la penultima regia di Carpenter fu criticata, tra le altre cose, per effetti speciali datati e dialoghi percepiti come poco incisivi. Con lo sguardo contemporaneo, il film appare invece come un B-movie giocato su toni volutamente irriverenti.
Il risultato resta particolare: divertente nel “late night”, con ambientazioni e flashback dentro flashback che vengono descritti come scenari “chizzy” e scelte discutibili. Nonostante tutto, la proposta riesce a non risultare totalmente respingente: è indicata come un’action in cui Ice Cube arriva fino a duelli con un alieno descritto come “Big Daddy Mars”.
4) the mechanic (2011): efficienza che funziona, ma manca l’innovazione
The Mechanic prende un thriller del 1970s legato a Charles Bronson e lo trasforma in un veicolo più generico per Statham. Il punto a favore è la resa “secca” del protagonista: l’aggiornamento viene spesso descritto come dotato di efficienza e capace di stare in piedi grazie alla solidità del montaggio e alla presenza di un cast di supporto sorprendentemente curato, tra cui Ben Foster (interprete del giovane allievo) e Donald Sutherland.
La versione del 2011 abbandona gran parte dell’impostazione legata al tono originale, spostandosi verso un action più diretto, costruito come “carne e patate”. Anche la regia di Simon West (Con Air) viene citata come efficace, e la durata contenuta (circa 90 minuti) limita gli spazi in cui la narrazione può perdere il ritmo.
Il limite principale riguarda la mancanza di tentativi di rinnovamento: la storia sembra scorrere senza cercare strade nuove. I momenti emotivi collegati al rapporto tra Statham e Foster riescono a estrarre qualcosa dalla situazione, ma la sensazione resta quella di un film costruito seguendo una lista di combattimenti e sparatorie. Il difetto più grande viene individuato anche nel modo in cui si rielabora il finale: l’ending cupo e coerente della versione di Bronson viene infatti “annullato”.
3) death race (2008): atmosfera distopica e corse visceralmente curate
In un periodo in cui Statham lascia alle spalle The Transporter, torna dietro la guida per Death Race. La pellicola di Paul W.S. Anderson lo mette nel ruolo di un ex corridore costretto a partecipare alla celebre corsa carceraria del titolo. L’impianto viene descritto come una distopia “grintosa”, capace di richiamare l’idea di Fast & Furious in chiave più sporca, tanto da arrivare a includere tra gli altri concorrenti anche Tyrese Gibson.
Sul piano narrativo, la trama segue linee standard: Statham interpreta un uomo che cerca vendetta dopo essere stato incastrato per l’omicidio della moglie, affrontando anche le umiliazioni tipiche dell’ambiente carcerario. Dove il film guadagna ritmo è nelle sequenze di corsa: risultano crude, “viscerali” e con un taglio tecnico che le rende più vive.
Il montaggio, però, viene segnalato per momenti con eccessi di agitazione. Nonostante questo, la presenza di stunt pratici ed effetti reali compensa le criticità. Nel complesso il titolo viene considerato un intrattenimento solido per una serata, ma la formula d’azione non riesce a essere sempre brillante come il potenziale del protagonista: il franchise ha avuto sequel televisivi, ma Statham non risulta coinvolto in nessuno di essi.
2) mean machine (2001): remake sportivo tra cliché e ritmo positivo
Mean Machine si collega all’esordio sullo schermo di Statham nel 1998 con Lock, Stock and Two Smoking Barrels, diretto da Guy Ritchie. In quel contesto, il protagonista principale che si imponeva era Vinnie Jones, ex calciatore, diventato il volto della commedia gangster.
Per Mean Machine, i produttori cercano un’operazione con lo stesso stile di proposta, costruendo un film che risulta il miglior “veicolo” possibile per Jones. La pellicola è una rielaborazione libera di The Longest Yard (di Burt Reynolds), con un calciatore caduto in disgrazia che viene costretto a giocare una partita in prigione. Oltre a Jones, figurano interpreti familiari come Danny Dyer e David Hemmings, mentre Statham appare nel ruolo del temibile detenuto Monk, descritto come un elemento forte anche sul campo, in particolare come portiere.
Il film viene presentato come insieme di cliché e familiarità, ma con una spinta che lo rende piacevole: i personaggi secondari sono ricercati e simpatici, le scene di calcio vengono girate con energia e Statham riesce a risultare divertente nel ruolo di supporto. In questa lettura, emerge anche l’idea che il potenziale comico avrebbe potuto essere valorizzato ancora di più.
1) the italian job (2003): charm immediato e cast decisivo
The Italian Job porta avanti il percorso dei film centrati sulla guida e sull’azione leggera in stile “Jason Statham Driving”, aggiornando il classico crime caper legato a Michael Caine. Il reboot del 2003 sorprende per carisma e divertimento, soprattutto considerato che si trovava ancora in una fase iniziale della carriera di Statham, che recita al fianco di nomi più grandi come Mark Wahlberg, Charlize Theron ed Edward Norton.
Il punto di forza principale resta il cast: la banda di ladri costruisce una dinamica capace di tenere agganciato lo spettatore. Non viene cercata una rivoluzione del genere; l’operazione appare piuttosto focalizzata a garantire intrattenimento senza tentare di reinvenstare la ruota. In più, viene sottolineato che, per efficacia e ritmo, l’edizione 2003 può essere considerata quasi alla pari rispetto all’originale, che rimane noto soprattutto per una corsa automobilistica iconica e per il finale, anche se in altri aspetti risulta meno efficace nel tempo.
Statham ottiene anche spazio per mettere in luce il proprio carisma, pur restando spesso una figura che aggiunge colore alla macchina narrativa. Viene accennato che esiste un scenario in cui lui e gli altri attori avrebbero potuto ritrovarsi in seguiti, ma proprio l’imprevista riuscita del film è indicata come motivo per cui non sarebbe stato opportuno forzare un’ulteriore tentazione.
ospiti e membri del cast: personalità citate nei remake
- Steve Martin
- Kevin Kline
- Emily Mortimer
- Géla Babluani
- Jason Statham
- Mickey Rourke
- Ray Winstone
- Burt Reynolds
- William Goldman
- Stanley Tucci
- Jason Alexander
- John Carpenter
- Ice Cube
- Clea DuVall
- Simon West
- Ben Foster
- Donald Sutherland
- Paul W.S. Anderson
- Tyrese Gibson
- Vinnie Jones
- Guy Ritchie
- Danny Dyer
- David Hemmings
- Burt Reynolds
- Mark Wahlberg
- Charlize Theron
- Edward Norton
- Michael Caine