I cani più iconici della storia del cinema: da Lassie a Krypto
Il cinema ha da sempre un debole per gli animali, ma con i cani il rapporto è speciale. Fedeli, coraggiosi, teneri o esilaranti, i nostri amici a quattro zampe hanno attraversato generi e decenni conquistando il pubblico. Dal bianco e nero ai blockbuster moderni, alcune razze sono diventate vere e proprie icone, capaci di regalare emozioni che pochi attori umani sanno eguagliare. Un viaggio tra le star canine che hanno fatto la storia del grande schermo.
Le origini: quando i cani sono diventati star di Hollywood
Molto prima che Beethoven o Marley facessero capolino sugli schermi, c’era già chi aveva intuito il potenziale narrativo dei cani. Negli anni Venti, Rin Tin Tin, un pastore tedesco salvato da un accampamento militare in Francia, divenne la prima vera celebrità canina di Hollywood. Il suo talento naturale e la disciplina innata lo resero protagonista di decine di pellicole mute, al punto da essere considerato la vera ancora di salvezza della Warner Bros nei suoi primi anni. Con il passaggio al sonoro, la popolarità di Rin Tin Tin non calò, anzi dimostrò che il carisma a quattro zampe poteva adattarsi a qualsiasi tecnologia. Pochi anni dopo arrivò Lassie, il magnifico Rough Collie protagonista di “Torna a casa Lassie” del 1943. Il film, interpretato da una giovane Elizabeth Taylor, raccontava il viaggio di un cane attraverso l’America per ricongiungersi alla sua famiglia. Lassie non era solo bella e intelligente, incarnava valori come la fedeltà assoluta e il coraggio, diventando un simbolo culturale capace di generare serie tv, sequel e persino un franchise televisivo durato due decenni. Anche il cinema italiano contribuì a questa tradizione con Flaik, il cagnolino di “Umberto D.” di Vittorio De Sica, capace con una sola scena finale di impedire il suicidio del protagonista. Un esempio perfetto di come un cane potesse diventare il perno emotivo di un intero film.
Anni Ottanta e Novanta: il decennio d’oro dei cani al cinema
Il periodo tra gli anni Ottanta e Novanta rappresenta senza dubbio l’epoca d’oro per i cani sul grande schermo. Le commedie familiari dominavano i botteghini e i quattro zampe erano spesso i veri protagonisti. Nel 1989, Tom Hanks prestò il volto a un detective in “Turner e il casinaro”, affiancato da un imponente Dogue de Bordeaux di nome Hooch. Il contrasto tra l’umano frustrato e il cane distruttivo ma dal cuore d’oro funzionava perfettamente. Ancora più emblematico è Beethoven, il San Bernardo della famiglia Newton, sbarcato nelle sale nel 1992. Il film combinava slapstick e tenerezza in dosi calibrate, raccontando l’arrivo di un cane gigante in una famiglia normale e la resistenza del padre, inizialmente contrario, destinata a sciogliersi. Beethoven generò un intero franchise, dimostrando che il pubblico amava vedere cani con personalità forti sullo schermo. Nel 1996 fu la volta de “La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera”, remake live action del classico Disney. Pongo, Peggy e i loro 101 cuccioli di Dalmata erano tanto adorabili da far passare in secondo piano persino la perfida Crudelia De Mon interpretata da Glenn Close. Va ricordato anche il piccolo Max di “The Mask”, il Jack Russell Terrier di Stanley Ipkiss: bastò una scena in cui indossava la maschera magica per entrare nell’immaginario collettivo, dimostrando che anche un cane minuscolo può rubare la scena a un gigante della comicità come Jim Carrey.
Storie vere che hanno emozionato il pubblico
Non tutti i film con cani puntano sulla comicità. Alcuni dei più memorabili si basano su storie realmente accadute e sanno toccare corde profonde. Il caso più emblematico è Hachiko: il film del 2009 con Richard Gere racconta la storia di un Akita che ogni giorno aspettava il ritorno del suo padrone alla stazione di Shibuya a Tokyo, continuando ad attendere per dieci anni dopo la sua scomparsa. La pellicola, remake di un film giapponese del 1987, ha reso Hachiko il simbolo mondiale della lealtà canina. La sua statua alla stazione di Shibuya è oggi una delle mete turistiche più visitate della capitale giapponese. Un’altra storia vera che ha emozionato il pubblico è quella raccontata in “8 amici da salvare” del 2006, con Paul Walker. Il film segue un gruppo di otto cani da slitta, Husky e Alaskan Malamute, abbandonati in Antartide durante una spedizione scientifica e costretti a sopravvivere per mesi in condizioni estreme. Anch’esso basato su una spedizione realmente avvenuta, il film mostra la tenacia e lo spirito di adattamento di questi animali. Sul versante opposto, ma altrettanto potente, c’è Sam di “Io sono leggenda” (2007): il Pastore Tedesco che accompagna Will Smith in un mondo post-apocalittico. Il legame tra l’uomo e il suo cane diventa metafora della sopravvivenza e della solitudine, e la scena in cui Sam si sacrifica resta una delle più strazianti della storia del cinema recente.
Come si preparano i cani per il cinema senza perdere di vista il loro benessere
Dietro un cane in un film non dovrebbe esserci solo un addestramento finalizzato alla scena, ma un percorso costruito con gradualità, attenzione e rispetto dei suoi tempi. Un set cinematografico può essere un ambiente molto complesso per un animale, perché luci, rumori, persone sconosciute, movimenti ripetuti, attese lunghe e richieste insolite possono diventare difficili da sostenere, soprattutto se il cane non è stato accompagnato in modo corretto.
Nei percorsi più seri, il cane viene preparato in modo graduale a sostenere stimoli, contesto e richieste, senza essere spinto oltre la propria capacità di recupero. Prima di chiedergli di eseguire un comportamento davanti alla telecamera, il trainer dovrebbe valutare motivazione, sicurezza, soglia di stress, familiarità con l’ambiente, relazione con il referente umano e capacità di restare sereno anche in presenza di distrazioni.
Le scene vengono costruite attraverso piccoli passaggi, rinforzi, pause e segnali comprensibili, in modo che il cane non sia costretto a “funzionare” per la riuscita della ripresa, ma possa collaborare dentro un contesto prevedibile. Correre verso un attore, restare fermo, guardare in una direzione o interagire con un oggetto possono sembrare azioni spontanee, ma in un lavoro corretto sono comportamenti preparati senza forzature, rispettando tempi, limiti e segnali dell’animale.
La differenza etica sta proprio qui. Un cane non dovrebbe essere considerato uno strumento narrativo da adattare alla scena, ma un soggetto da tutelare mentre partecipa a un contesto umano molto lontano dalla sua quotidianità. Se mostra disagio, evitamento, eccessiva attivazione o difficoltà a recuperare, la richiesta va modificata, ridotta o interrotta, perché nessuna performance vale più del benessere reale del cane.
L’animazione e i cani parlanti
Il mondo dell’animazione ha offerto ai cani un palcoscenico ancora più ampio. Qui non ci sono limiti di addestramento o di recitazione: i cani parlano, pensano e provano emozioni complesse proprio come gli umani. Uno degli esempi più celebri è Lilli e il Vagabondo, uscito in versione animata nel 1955 e poi restaurato e ridistribuito più volte. La scena del bacio con gli spaghetti è entrata a pieno titolo nella storia del cinema, simbolo di un amore che supera le differenze di classe e di provenienza. Nel 2009, la Pixar ha regalato al pubblico Dug, il cane parlante di Up, capace di esprimere con divertente sincerità la sua devozione assoluta al padrone grazie a un collare tecnologico. Frasi come “Squirrel!” sono diventate virali, dimostrando come l’animazione possa amplificare i tratti più riconoscibili del comportamento canino. Un caso a parte è Frank, il carlino di “Men in Black” (1997), che sotto le sembianze di un tenero cagnolino nascondeva in realtà un alieno sarcastico e chiacchierone. Pur non essendo un film d’animazione, Frank parlava grazie al doppiaggio e agli effetti speciali, diventando una delle presenze più bizzarre e memorabili della fantascienza comica. L’animazione giapponese ha contribuito con Zanna Bianca e con l’adattamento del romanzo di Jack London, mentre Wes Anderson con “L’Isola dei cani” (2018) ha realizzato un intero film in stop motion popolato da cani con personalità fortissime.
Il nuovo millennio: cani tra avventura e supereroi
Negli ultimi anni, i cani al cinema hanno assunto ruoli sempre più variegati. Non sono più solo compagni fedeli o spalle comiche, ma veri e propri eroi. Nel 2022, il film “Prey”, prequel della saga di Predator, ha regalato al pubblico Sarii, una Carolina Dog che accompagna la giovane protagonista Naru nella sua lotta contro il cacciatore alieno. Interpretata da una vera cagnolina di nome Coco, Sarii ha conquistato il pubblico con la sua intelligenza, la sua agilità e la complicità silenziosa con la padrona. Il 2025 ha segnato un punto di svolta con l’arrivo di Krypto, il supercane dell’Universo DC, protagonista del nuovo Superman di James Gunn. Krypto non è un semplice animale domestico: ha superpoteri, vola, combatte al fianco di Superman e ha una personalità ben definita, portando sul grande schermo il concetto di “miglior amico dell’uomo” in una versione supereroistica. Sempre in questo periodo, film come “Dog” con Channing Tatum e “The Stray” hanno continuato a esplorare il rapporto tra umani e cani, confermando che il genere non conosce crisi. Sul fronte horror, il cinema non dimentica che anche i cani possono incutere timore: basti pensare a Cujo tratto dal romanzo di Stephen King o al film ungherese “White God”, dove cani maltrattati si ribellano agli umani in una parabola sociale potentissima. La versatilità dei cani sullo schermo è oggi più ampia che mai, capace di spaziare dal dramma alla commedia, dall’avventura al fantasy, dimostrando che il loro posto nella storia del cinema è più che meritato.
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