Backrooms cosa sono gli spazi liminali significato e origine dell incubo

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Il fascino dell’horror contemporaneo passa spesso da dettagli apparentemente ordinari: spazi neutri, stanze vuote, corridoi giallastri e luci fluorescenti. In questo contesto, Backrooms rielabora un’immagine diventata simbolo del disagio moderno, trasformando luoghi familiari in ambienti fuori contesto, capaci di generare inquietudine senza ricorrere necessariamente a mostri o apparizioni.
La dinamica si collega a un’idea più ampia: la liminalità e i suoi spazi di soglia. Di seguito viene delineato il significato del termine, le sue radici teoriche, i meccanismi percettivi che rendono questi luoghi disturbanti e il modo in cui internet ne ha fatto un’estetica riconoscibile, fino al quadro proposto dall’institutional gothic.

spazi liminali: significato e caratteristiche

Un spazio liminale è essenzialmente uno spazio di soglia, legato all’idea di passaggio. Il termine richiama il latino limen, cioè soglia o limite, e indica una condizione intermedia: non si resta pienamente nello stato precedente, ma non si è ancora entrati in quello successivo.
Applicato ai luoghi, il concetto descrive ambienti progettati soprattutto per essere attraversati, non abitati. Corridoi, scale, ascensori e sale d’attesa possono rientrare in questa categoria quando risultano sospesi tra una funzione e l’altra e quando manca ciò che normalmente confermerebbe la loro normalità.
Quando un ambiente perde presenza umana, rumore e movimenti, la forma rimane riconoscibile, ma l’interpretazione diventa incerta. Un aeroporto, per esempio, risulta comprensibile grazie a elementi come annunci, code e persone in transito. Osservato in condizioni diverse, con luci fredde e vuoto, può generare una sensazione opposta: la funzione resta percepibile, ma il contesto rassicurante è assente.
Elementi tipici che possono diventare liminali:

  • corridoi
  • scale e ascensori
  • aeroporti e stazioni
  • parcheggi e sale d’attesa
  • scuole deserte
  • hotel e centri commerciali chiusi
  • uffici illuminati artificialmente

da dove nasce il concetto di liminalità

La liminalità nasce come concetto antropologico. Un riferimento centrale è Arnold van Gennep, autore di Les rites de passage (1909), che analizza i riti di passaggio individuando una sequenza ricorrente: separazione, transizione e reintegrazione. La fase liminale rappresenta il momento in cui una persona non appartiene più alla condizione precedente ma non ha ancora assunto pienamente la nuova identità sociale.
Negli anni Sessanta, Victor Turner riprende e sviluppa l’idea descrivendo la liminalità come sospensione delle strutture ordinarie. In questa fase, ruoli e gerarchie diventano provvisori e le regole abituali perdono forza, lasciando spazio a ambiguità e instabilità.
Quando il termine viene collegato a Internet, al cinema o alle immagini virali, viene usato in modo più esteso, ma mantiene il nucleo originale: passaggio, sospensione e transizione. Uno spazio liminale non viene percepito solo come “strano”; viene colto come luogo intermedio, tra presenza e assenza e tra uso e abbandono.

perché gli spazi liminali risultano così inquietanti

La paura si attiva perché questi ambienti alterano spazi che il cervello considera familiari. Non si tratta di ambienti alieni o fantastici, ma di luoghi comuni resi disturbanti attraverso la mancanza di elementi interpretativi che di solito rendono la scena chiara.
Una scuola dovrebbe includere studenti e segnali di attività; un centro commerciale dovrebbe mostrare negozi aperti e presenza sociale; un corridoio d’albergo dovrebbe collegarsi a percorsi e incontri possibili. Quando tali componenti scompaiono, lo spazio resta riconoscibile nella forma ma diventa ambiguo nella percezione. La sensazione prodotta è uno scarto: qualcosa appare al posto giusto, ma non completa del tutto la situazione normale.
In psicologia ambientale, tale disagio può avvicinarsi al perturbante e, per analogia, alla uncanny valley. In questo caso, la logica è simile: un ambiente è abbastanza realistico da essere riconosciuto, ma contiene anomalie o mancanze che lo rendono non pienamente rassicurante. L’idea è stata applicata anche agli spazi fisici in studi come quelli citati nel contesto, con attenzione a incoerenze strutturali, prospettiche e contestuali.

backrooms e il meccanismo dell’ambiente senza uscita

In Backrooms l’effetto viene estremizzato: stanze che sembrano uffici, seminterrati, corridoi aziendali o showroom mantengono l’illusione della normalità, ma senza rispettare una logica riconoscibile. Non emerge un centro, non viene chiarita una funzione stabile e non è garantita un’uscita sicura. Ogni indizio suggerisce ordine, mentre la conferma della “normalità” rimane assente.
La ripetizione diventa un elemento decisivo. Un corridoio potrebbe restare soltanto un corridoio, ma una sequenza infinita di corridoi quasi identici genera una prigione percettiva. Le luci non rassicurano perché risultano uniformi e artificiali; l’ordine non consola perché appare prodotto da un sistema impersonale. Gli ambienti non sembrano distrutti, e proprio questo li rende ancora più incerti: sembrano funzionanti, ma senza chi li utilizzi.
Nel film di Kane Parsons, l’idea viene resa narrativa attraverso una porta nel seminterrato di uno showroom di mobili che conduce a una dimensione composta da stanze e corridoi senza fine. Qui le Backrooms non operano soltanto come sfondo: trasformano il quotidiano in un contesto instabile, in cui il terrore nasce dalla somiglianza con l’ordinario, ma in una versione “sbagliata”.

spazi liminali e non-luoghi: marc augé

Per chiarire l’immaginario della liminalità, è utile distinguerlo da quello di non-luogo elaborato da Marc Augé. I non-luoghi sono tipici della modernità avanzata e includono aeroporti, autostrade, centri commerciali, hotel, supermercati e aree di servizio. Sono spazi funzionali e standardizzati, attraversati spesso da persone anonime, in cui l’identità individuale pesa meno rispetto a movimento, consumo e procedure.
L’intersezione non significa coincidenza. Un non-luogo può produrre un effetto liminale, ma non ogni spazio liminale è automaticamente un non-luogo. Il punto comune viene associato a transito, anonimato, standardizzazione e perdita di radicamento. Nel caso delle Backrooms, la sovrapposizione risulta evidente: non assomigliano a una casa, quindi a un luogo con memoria personale, ma a uffici, showroom e ambienti generici pensati per un uso pratico e poi svuotati.
Questa impostazione spiega anche il legame con il presente: non viene richiamato il gotico classico della villa isolata o del cimitero, ma vengono rielaborati come incubo spazi impersonali della vita contemporanea, come luoghi commerciali, aziendali e burocratici temporanei. Ne deriva un ambiente che, pur risultando familiare, non risulta accogliente.
Associazioni chiave tra categorie:

  • transito e passaggio
  • anonimato
  • standardizzazione
  • perdita di radicamento
  • funzione pratica svuotata di senso

come internet ha reso gli spazi liminali un’estetica horror

Negli ultimi anni gli spazi liminali sono diventati anche un linguaggio estetico digitale. Fotografie di piscine vuote, corridoi scolastici deserti, sale giochi inattive, motel o fast food abbandonati, parcheggi sotterranei e centri commerciali semivuoti circolano su piattaforme come Reddit, TikTok e YouTube. In questi contenuti, la combinazione tra nostalgia e disagio produce spaesamento.
Il caso più noto è quello delle Backrooms, nate online a partire dall’idea collegata a un’immagine pubblicata su 4chan nel 2019, con la suggestione di un passaggio verso una realtà sbagliata: un labirinto infinito di stanze giallastre, moquette e luci fluorescenti. Da quel momento la creepypasta si è ampliata tramite racconti, wiki, video, videogiochi e riscritture collettive.
Un punto centrale riguarda la natura non univoca del fenomeno: non esiste una versione definitiva. L’immaginario si costruisce per accumulo, con aggiunte di livelli, entità, regole, mappe, percorsi d’accesso e ipotesi di fuga. È definito come folklore digitale, perché nasce dalla partecipazione di comunità online più che da un singolo autore.
In questo percorso, il cortometraggio The Backrooms di Kane Parsons (found footage), pubblicato su YouTube nel 2022, ha dato una forma audiovisiva precisa. La creepypasta è stata trasformata in un’esperienza visiva caratterizzata da found footage, analog horror e computer grafica, rendendo gli spazi liminali non solo ambienti da attraversare, ma luoghi in grado di assorbire memoria, identità e trauma.

institutional gothic: il gotico degli spazi burocratici

Per inquadrare Backrooms e altri immaginari liminali contemporanei, Shira Chess ha proposto l’espressione institutional gothic, recuperata da un riferimento editoriale del MIT Press Reader. La formula indica un gotico aggiornato agli spazi burocratici, aziendali e impersonali.
Nel gotico classico i motori sono spesso castelli, cripte, monasteri e dimore isolate, con segreti familiari e presenze legate al passato. Nell’institutional gothic, invece, la logica si sposta verso uffici, archivi, scuole, ospedali, laboratori, edifici pubblici e sale regolamentate da procedure. Il disorientamento non dipende necessariamente dall’arrivo immediato di un fantasma o di una creatura: è l’architettura stessa a comunicare instabilità.
Backrooms rientra in questa lettura attraverso dettagli come neon, pannelli modulari, moquette e pareti beige, oltre alla ripetizione di stanze e ambienti aziendali. Il labirinto non richiama un castello medievale: assomiglia a un ufficio vuoto. La minaccia risulta implicita e progressiva.
La chiave di lettura spiega anche perché l’estetica liminale funzioni online. Si tratta di immagini spesso semplici, senza azione immediata, ma dense di significati: solitudine, standardizzazione, memoria digitale, consumo, nostalgia e spaesamento urbano. Luoghi concepiti per essere chiari e funzionali vengono mostrati privi di persone e scopi, risultando familiari senza offrire reale accoglienza.

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