Slow-burn thriller che supera ogni aspettativa
Il genere horror e thriller si arricchisce di un nuovo esempio che esplora le atmosfere inquietanti di un hospice attraverso incontri spaventosi tra operatori sanitari e pazienti. Questa tipologia narrativa, spesso caratterizzata da elementi sovrannaturali o psicologici, trova in alcune produzioni una chiave di lettura più realistica o più simbolica. In questo contesto, si analizza il film The Ruse, diretto da Stevan Mena, che tenta di offrire un approccio più sobrio e lento al genere, ma con risultati discutibili sotto vari aspetti.
la trama e l’ambientazione di the ruse
una narrazione centrata su una infermiera in crisi
Il film segue le vicende di Madelyn Dundon, interpretata da Dale, un’infermiera del reparto hospice ancora segnata dalla perdita di un paziente durante il turno. La protagonista spera di terminare la sua sospensione temporanea dal suo incarico quando viene assegnata alla cura di una compositrice costretta a letto, dopo la scomparsa della sua collega originale. Durante il soggiorno presso la donna, Madelyn si confronta con comportamenti ossessivi e richieste continue, scoprendo nel contempo strani eventi che coinvolgono la paziente stessa.
criticità nella narrazione e nella realizzazione tecnica
ritardo nel coinvolgimento dello spettatore e problemi tecnici
The Ruse soffre principalmente di una lunga fase introduttiva che fatica a catturare l’interesse. Il regista punta ad approfondire i personaggi invece di affidarsi ai classici tropismi dell’horror ambientato in case infestate, come porte sbattute o figure spettrali. Questa scelta rallenta troppo lo sviluppo della trama senza offrire sufficienti ricompense narrative.
Un’altra criticità riguarda il ritmo complessivo del film: molte sequenze risultano troppo lunghe e poco funzionali all’avanzamento della storia. La costruzione dei personaggi sembra perdere efficacia poiché si concentra troppo sulla creazione di false piste piuttosto che sulla progressione naturale degli eventi. La conclusione risulta affrettata e sovraccarica di dettagli narrativi, dando l’impressione di una sceneggiatura poco coesa.
qualità sonora e interpretazioni del cast
problemi audio e performance poco incisive
Uno degli aspetti meno curati de The Ruse è il design sonoro. Molte battute risultano troppo basse rispetto alla colonna sonora o agli effetti ambientali, disturbando l’esperienza visiva anche a volume elevato. L’audio presenta difetti come distorsioni o microfoni rumorosi, compromettendo scene emotivamente rilevanti.
Sul fronte recitativo, la maggior parte degli interpreti appare poco convincente: sembrano eseguire le proprie battute con poca convinzione o spontaneità. L’unica eccezione è Veronica Cartwright nei panni di Olivia: la sua interpretazione riesce a trasmettere tensione ed empatia grazie alla capacità dell’attrice di rendere credibili i timori legati alla paura della morte e alla perdita.
dettagli tecnici e ricezione critica
- Data d’uscita: 16 maggio 2025
- DURATA: 105 minuti
- Regia: Stevan Mena
- Produttori: John Caglione Jr.
pro & contro del film
- Punti deboli:
- L’eccessiva lunghezza delle sequenze introduttive riduce il coinvolgimento immediato;
- Mancanza di incisività nelle performance attoriali;
- Narrativa lenta con finale poco soddisfacente;
- Poca cura nel design sonoro che influisce sull’atmosfera complessiva.
I principali interpreti presenti nel cast sono:
- Veronica Cartwright – Olivia (la paziente)
The Ruse, pur tentando un approccio più realistico al genere horror psicologico, non riesce a mantenere alta l’attenzione dello spettatore per tutta la sua durata. Le scelte stilistiche risultano spesso discutibili mentre gli aspetti tecnici contribuiscono a creare un prodotto finale poco incisivo rispetto alle aspettative del pubblico amante del genere.
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