Mother mary una canzone può assolverci dai peccati recensione del film con anne hathaway

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Una nuova produzione firmata David Lowery arriva nelle sale italiane grazie a I Wonder Pictures e porta con sé un’idea precisa: inseguire un’artista fittizia nel suo rapporto difficile con il passato. Il film intreccia musica, dramma e una dimensione più inquieta, trasformando la narrazione in una vera e propria ghost story costruita attorno a tensioni emotive e scelte decisive.

mother mary: la storia tra popstar, ex stilista e richiesta inattesa

Mother Mary si concentra su una popstar che vive un momento di attrazione e smarrimento, legato a una figura del proprio passato che torna a rioccupare spazio nella quotidianità. A interpretare il volto della protagonista è Anne Hathaway, mentre la sua relazione con l’ex stilista viene affidata a Michaela Coel.

L’ingresso della stilista nella vita della cantante avviene per una specifica richiesta, capace di riaccendere dinamiche rimaste in sospeso. La trama costruisce così un percorso in cui l’apparenza pubblica e la dimensione personale si scontrano progressivamente, lasciando emergere un conflitto che non resta confinato alla sola sfera professionale.

il cinema di david lowery e la presenza delle “presenze”

L’impianto del film si inserisce nel modo di fare cinema di David Lowery, autore capace di disseminare il racconto di elementi che richiamano presenze invisibili o memorie persistenti. Il riferimento va a un universo in cui il fantastico può convivere con la realtà, e in cui iconografie e storie di altri tempi continuano ad agire sul presente.

All’interno di questo percorso, la citazione di David Foster Wallace (“Every ghost story is a love story”) sintetizza l’asse emotivo dell’operazione: la storia di fantasmi diventa il contenitore perfetto per un sentimento che si trasforma e prende direzioni impreviste.

toni che cambiano direzione: dal live alla dimensione “da camera”

Mother Mary alterna con disinvoltura momenti legati alla grandezza delle esibizioni live e passaggi più raccolti, dominati da un dramma in dimensione ridotta. Il cambio di registro evidenzia una parte cruciale della narrazione: un duello tra due grandi interpreti diventa il punto in cui emerge con maggiore chiarezza l’anima del film.

La ghost story non si impone in modo diretto, ma si intravede “tra le pieghe” degli elementi visivi e degli oggetti, fino a trasformarsi in un sentimento che guida i conflitti interiori.

le sezioni meno ispirate e il rischio della musica generica

Il film presenta anche zone deboli, soprattutto nelle parti dedicate all’introduzione di Mother Mary come artista e performer. Questi segmenti risultano i meno efficaci e, secondo l’impostazione del racconto, sembrano risentire di un modello produttivo che tende a restare generico quando l’obiettivo è ritrarre un’icona musicale costruita da zero.

Il punto critico è la difficoltà a mantenere una sospensione dell’incredulità stabile, con il rischio che l’immagine di artista fittizia non acquisisca la stessa forza di un’identità credibile e distinta.

cast e contributi musicali: nomi di richiamo e impatto variabile

L’operazione coinvolge figure di forte riconoscibilità nel panorama musicale. Tra queste compaiono Jack Antonoff, FKA Twigs (anche nel ruolo di attrice) e Charli XCX. Proprio da quest’ultima, attiva anche come creatrice e autrice di contenuti legati al rapporto tra identità pubblica e realtà, ci si attendeva un peso maggiore nella costruzione di un’identità musicale dall’aura più originale.

Le performance musicali interrompono la narrazione con minor frequenza del previsto, trasformandosi soprattutto in una vetrina capace di mettere in risalto costumi e fisicità. In questo contesto, Anne Hathaway viene presentata in modo particolarmente efficace, con un casting considerato sorprendentemente centrato.

personalità presenti nel progetto

  • Anne Hathaway
  • Michaela Coel
  • Jack Antonoff
  • FKA Twigs
  • Charli XCX
  • David Lowery
  • David Foster Wallace

il punto di svolta: sottrazione, umanesimo e lavoro sul non detto

Il cuore di Mother Mary si concentra quando la narrazione sceglie una strada più sottile: la protagonista procede per sottrazione, arrivando a togliersi le vesti di impianto cristologico per avvicinarsi a una versione più autentica di sé. La scelta è letta come un rifiuto della dimensione religiosa in favore di un umanesimo collocato su un piano ultraterreno.

In questa fase, Lowery riesce a far emergere il non detto con pochi strumenti, passando dal semplice impianto visivo del dialogo alla valorizzazione della performance corporea della star. La trasformazione del sentimento passa attraverso oggetti, gesti e scelte creative, trasformando la materia in un vero portavoce emotivo.

bilancio conclusivo: un progetto interessante, tra ambizioni e limiti

Anche se Mother Mary non mantiene sempre il livello di cripticità che sembra cercare, resta un progetto capace di attirare per la costruzione del suo linguaggio. Il risultato viene descritto come claudicante ma di valore, in grado di funzionare soprattutto quando la storia smette di inseguire la sola superficie e lascia spazio a emozioni e conflitti interiori.

L’ultima immagine del film si inserisce in un quadro più ampio: il cinema come luogo in cui gli spettri, anche quando restano impalpabili, continuano a guardarsi e a intrecciare “trame” invisibili tra loro.

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