L’Hangar Rosso: recensione dell’ultimo film di Juan Pablo Sallato
l’Hangar Rosso di Juan Pablo Sallato offre una lettura immersiva del golpe cileno del 1973, evitando la distanza tipica del racconto storico. L’opera sposta il focus sul funzionamento interno dell’istituzione militare, costruendo un’esperienza claustrofobica e ad alto tasso di tensione. Nel film, le decisioni diventano irreversibili nei dettagli: ordini, corridoi, stanze di comando, silenzi che pesano quanto le azioni.
l’Hangar Rosso: un cinema che attraversa il presente
Il film si colloca nell’area del cinema storico contemporaneo che non si limita a ricostruire gli eventi, ma li fa emergere “dentro”, come se il tempo del racconto stesse collassando mentre accade. La dimensione immersiva e rigorosa rende il golpe meno un fatto esterno e più un insieme di ingranaggi quotidiani. Anche la messa in scena lavora in questa direzione, trasformando l’ambiente militare in un luogo dove la realtà costringe a scelte morali sempre più strette.
La presentazione del film avviene alla Berlinale 76, nella sezione Perspectives.
il capitano silva e la zona grigia del comando
Al centro della narrazione si trova il capitano jorge silva, interpretato da nicolás zárate. Si tratta di un ufficiale dell’Aeronautica cilena realmente esistito, collocato nel pieno degli eventi dell’11 settembre 1973, quando l’academia militare da lui gestita deve fare i conti con la presa di potere dei golpisti.
La figura del capitano non è impostata secondo una linea semplice. Non viene costruito come un eroe della resistenza né come un mero esecutore. Il film mette in evidenza l’ambiguità di un uomo intrappolato in una struttura gerarchica che richiede obbedienza assoluta, mentre l’ambiente circostante continua a incrinare la tenuta morale delle sue certezze.
- nicolás zárate (interpreta jorge silva)
- jorge silva (ufficiale dell’aeronautica cilena, figura storicamente esistita)
bianco e nero: spazio morale e oppressione
Una delle scelte più incisive riguarda l’uso del bianco e nero. Non si tratta di un omaggio stilistico al passato: l’effetto cromatico viene impiegato come strategia narrativa. La mancanza del colore rende l’accademia militare uno spazio più astratto e mentale, dove gerarchie e tensioni risultano più nette e più difficili da contestare.
I contrasti visivi accentuano la rigidità del contesto: corridoi lunghi, ombre profonde, uniformi che si confondono con l’architettura. In questo modo si crea una sensazione di sospensione, come se il mondo esterno fosse temporaneamente cancellato per lasciare spazio a un’unica domanda: fino a che punto si può obbedire senza diventare complici.
golpe cileno come esperienza interna
Il riferimento al colpo di Stato in Cile del 1973 non viene trattato come semplice cornice storica. L’impostazione evita la spettacolarizzazione degli snodi principali e concentra invece l’attenzione sulle dinamiche che si sviluppano all’interno dell’istituzione militare.
La narrazione segue micro-gesti e micro-moment i che definiscono l’esito: ordini senza spiegazioni, comunicazioni interrotte, esitazioni che diventano decisive quando il tempo delle decisioni si restringe.
La forza dell’opera emerge proprio in questa “zona bassa” della Storia: la violenza non appare soltanto come fatto visibile, ma anche come violenza burocratica, quella che passa attraverso procedure, catene di comando e meccanismi amministrativi.
una coproduzione che attraversa la memoria latinoamericana
Un elemento rilevante riguarda la natura produttiva del progetto: l’Hangar Rosso è indicato come il primo film di coproduzione tra Italia e partner latinoamericani con l’obiettivo di raccontare dall’interno il funzionamento dell’apparato militare durante le dittature degli anni Settanta.
Questa dimensione internazionale incide anche sul modo in cui viene costruito lo sguardo. La storia cilena diventa una riflessione più ampia sulle derive autoritarie e sulle responsabilità individuali dentro sistemi gerarchici. Di conseguenza, il racconto mira a inserirsi in una memoria storica condivisa e non limitata a una sola cornice nazionale.
l’erosione del protagonista tra scelte e conseguenze
Il percorso del capitano Silva è impostato come una disgregazione lenta dell’interiorità. Il personaggio non viene proposto come un blocco compatto: emerge piuttosto come un individuo che, passo dopo passo, si scopre parte di un meccanismo più grande, con un’aderenza progressiva a logiche che rendono le alternative sempre più difficili.
Le decisioni sembrano risultare inevitabili nel momento in cui vengono assunte. Quando si accumulano, generano un peso morale sempre meno sostenibile. Il film lavora su una contraddizione centrale: la normalità dell’obbedienza, che a posteriori si rivela devastante.
un cinema della responsabilità
l’Hangar Rosso non punta a fornire risposte immediate. L’opera costruisce un dispositivo narrativo che costringe a confrontarsi con la complessità della responsabilità individuale dentro un sistema autoritario. La storia e la geopolitica vengono rappresentate attraverso l’arte in modo da far vivere, quasi in prima persona, ciò che in precedenza poteva essere percepito solo tramite materiali didattici.
Ne deriva un risultato sobrio ma intenso: l’enfasi viene sostituita da una tensione costante. Il film non si limita a raccontare un segmento di storia cilena, ma interroga il presente attraverso le sue ombre.
personalità e figure presenti nel racconto
- Juan Pablo Sallato (regista)
- jorge silva (capitano, figura realmente esistita)
- nicolás zárate (interpreta jorge silva)
- i golpisti (forze che prendono il potere nel periodo dell’11 settembre 1973)

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