Film horror cheese che amiamo ancora oggi
Alcuni film horror riescono a intrattenere senza puntare sulla paura realistica: l’effetto cheesy nasce dalla complicità, dalla sincerità e da una messa in scena che non nasconde le proprie intenzioni. La selezione seguente mette insieme dieci titoli capaci di trasformare il genere in un’esperienza divertente, spesso esagerata, ma sempre coinvolgente.
jason x (2001)
Inserito nella serie di venerdì 13, Jason X viene spesso indicato come il punto in cui la trama perde coerenza. L’azione prosegue nel futuro: Jason continua la propria scia di violenza su una navicella spaziale, affrontando l’equipaggio in un susseguirsi di scontri e assalti.
Il film bilancia elementi camp voluti e involontari, con omaggi riconoscibili al franchise. L’obiettivo di spaventare resta presente, anche se la riuscita non è garantita; ciò non impedisce di sfruttare l’ambientazione con energia e gusto.
critteres (1986)
Critters si presenta come qualcosa di più di un semplice rifacimento: creature aliene provenienti dallo spazio arrivano in modo disordinato, mentre i cacciatori inviati per eliminarle non ottengono risultati efficaci. Il design dei mostri risulta volutamente goffo e quindi meno adatto a spaventare, ma proprio questo contribuisce al fascino.
La pellicola mette in evidenza idee diverse e capacità uniche delle creature, creando una minaccia originale. La componente cheesy è parte integrante del successo nel tempo, purché l’impostazione resti seria e senza ironie di facciata.
wishmaster (1997)
Wishmaster, pur avendo quattro film complessivamente, viene indicato come un franchise spesso trascurato. Nel primo episodio, un antico djinn viene liberato nel mondo moderno e sviluppa un piano per prendere il controllo tramite la magia. Il meccanismo degli “auguri” diventa la base degli scontri: chi esprime desideri finisce quasi sempre per pagare un prezzo letale.
Con effetti tipici della fine degli anni ’90 e un aspetto generalmente a basso budget, il film resta comunque più vicino a un prodotto da cinema che a una produzione televisiva. Le scene cruente sono accompagnate da un’impronta divertente, sostenuta anche dalla prova di Andrew Divoff nel ruolo principale.
silent night, deadly night part 2 (1987)
La prima pellicola legata al tema natalizio viene ricordata come un classico, ma Silent Night, Deadly Night Part 2 prende una strada diversa. Il fratello minore dell’assassino del film iniziale viene rilasciato da una struttura di assistenza mentale e avvia una nuova ondata di violenza. Tra i momenti più famosi compare anche la scena del “garbage day”, diventata nel tempo un riferimento memetico.
Qui i personaggi risultano marcati e l’impostazione cambia rispetto al tono più cupo dell’originale, favorendo un ritmo più libero. Il legame con il primo film rende il sequel più evidente come proposta cheesy; la riuscita passa dalla quantità di eventi e dall’energia complessiva: meno paura, più corsa spettacolare.
maximum overdrive (1986)
Maximum Overdrive si basa su un adattamento di una storia di Stephen King: in questa occasione, il regista diventa anche il riferimento creativo dietro la storia di macchine senzienti. Veicoli e mezzi innescano un’escalation contro la vita, con protagonisti che finiscono inseguiti da un camion gigante.
Il film lavora su un contrasto netto tra fasi più comiche e momenti più espliciti di gore, con effetti che risultano spesso difficili da prendere sul serio. La direzione firmata da King dona un’impronta diversa rispetto ad altre trasposizioni e contribuisce a rendere l’esperienza ampiamente intrattenente.
it’s alive (1974)
Attribuito a Larry Cohen, It’s Alive presenta una situazione in cui un neonato diventa una minaccia mortale. In risposta, autorità e figure coinvolte avviano una caccia al mostro mentre emergono le verità sulla nascita. La trama ruota attorno a un “killer baby”, ma la pellicola introduce anche temi più profondi.
I contenuti cupi richiamano questioni reali emerse con forza nel contesto degli anni ’70. La base concettuale resta schiettamente cheesy e il film si prende molto sul serio, peggiorando talvolta l’impatto dell’elemento mostruoso. Il risultato è una convivenza tra due anime narrative, che rende la visione un’esperienza strana e divertente allo stesso tempo.
slumber party massacre ii (1987)
Nel franchise di Slumber Party Massacre, la prima parte viene descritta come una sovversione dei cliché horror tramite una lente femminista, mentre il seguito si distingue per un approccio più scanzonato. In Slumber Party Massacre II un gruppo di giovani adulti parte per un weekend, ma l’ambientazione viene disturbata dalla presenza dello spirito del killer, con atteggiamenti legati al rockabilly.
Tra numeri musicali inseriti senza una logica sempre chiara e uccisioni assurde, l’insieme costruisce una tonalità marcatamente cheesy. Il film dedica poco tempo alla paura: la priorità diventa capire cosa stia accadendo. La combinazione tra humor intenzionale e momenti più efficaci “per sbaglio” rafforza il carattere involontariamente riuscito.
the leprechaun (1993)
Pur collocandosi anche nell’area dell’horror comedy, The Leprechaun conserva una forte dose di formaggio tipica dei cult dei primi anni ’90. Un folletto maligno, liberato accidentalmente da una trappola, inizia a perseguitare chi lo ha privato del vaso d’oro. Il titolo villain diventa un elemento centrale dell’esperienza.
Il ricordo del film è legato anche a interpreti e presenze in grado di valorizzare l’atmosfera. Il punto critico della comicità, però, deriva dall’atteggiamento con cui gli elementi horror vengono trattati: poche risate sono pianificate, mentre la serietà rende il risultato involontariamente esilarante in più occasioni. Il tono si comprende ancora meglio confrontando l’originale con i capitoli successivi, che virano in modo più dichiarato verso la commedia.
death spa (1989)
Death Spa unisce due tendenze del periodo: l’interesse per il fitness negli anni ’80 e la popolarità delle pellicole da slasher. Un centro fitness avanzato diventa teatro di morti successive, ricondotte allo spirito della precedente proprietaria. Nonostante la premessa assurda e l’abbondanza di abbigliamento appariscente, la regia mantiene un tono completamente serio.
La sequenza di eventi arriva senza pause, evitando cali tipici nei film slasher. Verso il finale, le uccisioni tendono a diventare sempre più goffe e sempre più “assurde”, aumentando l’effetto complessivo. Per gli appassionati dell’horror cheesy e della nostalgia anni ’80, il film risulta particolarmente adatto.
chopping mall (1986)
Come Death Spa, anche Chopping Mall sfrutta la cultura dei centri commerciali e la forma tipica dell’horror anni ’80. Alcuni adolescenti restano bloccati nel mall dopo la chiusura e vengono inseguiti da robot addetti alla sicurezza che vengono programmati per uccidere. Il film adotta un tono potenzialmente consapevole, amplificando l’effetto complessivo di cheese.
Gli attacchi dei killer robot risultano più ridicoli che davvero inquietanti. Dopo il primo atto, la pellicola segue lo schema classico dello slasher, e i tentativi di spaventare si trasformano spesso in occasioni di risate. In mezzo, alcune scene più cruente arrivano con forza improvvisa: proprio perché il resto è così giocoso, finiscono per essere tra i momenti più memorabili della visione.