Edoardo de angelis: il cinema come antidoto alla solitudine e il cinema d’autore come vivaio in questa intervista esclusiva
Edoardo De Angelis, regista tra cinema d’autore, progetti televisivi e produzione di ampio respiro internazionale, racconta il valore delle sale cinematografiche e il ruolo del cinema come antidoto alla solitudine. Nel corso dell’intervista emergono una visione solida sulla cultura, un’idea di “vivaio” per le nuove generazioni e una lettura critica del solo dato economico, insieme a considerazioni sullo streaming e sul suo impatto reale.
edoardo de angelis tra cinema d’autore e consacrazioni
Originario di Napoli, Edoardo De Angelis matura un rapporto con il mondo della rappresentazione già in giovane età, in una città in cui realtà e teatro tendono a intrecciarsi. Dopo i primi passi, tra cortometraggi e documentari, l’approdo al lungometraggio porta risultati rilevanti: nel 2016 arriva Indivisibili, che conquista un percorso di riconoscimenti con David di Donatello e Nastro d’Argento.
Negli anni successivi De Angelis continua a costruire una filmografia capace di unire festival e dimensione di mercato. Nel 2023 presenta Comandante in concorso alla Mostra di Venezia. In mezzo si colloca anche La vita bugiarda degli adulti per Netflix, tratto da Elena Ferrante, oltre alla trilogia televisiva dedicata a Eduardo De Filippo.
La traiettoria viene descritta come un equilibrio tra autorialità e distribuzione internazionale, un compito difficile per molti registi della stessa generazione.
cinema italiano e david di donatello: l’approccio di de angelis
Alle domande legate ai David di Donatello e alle accuse secondo cui il lavoro d’autore non riceverebbe riconoscimento adeguato, De Angelis risponde con cautela e misura. Viene ribadita la posizione di chi non vuole formulare giudizi, definendosi osservatore e lavoratore dentro il settore.
cinema d’autore: vivaio culturale e artigianalità
La visione centrale collega il cinema d’autore a una funzione strutturale per il settore nazionale. Il cinema d’autore viene presentato come baluardo e avanguardia, oltre che come elemento di continuità. In questa prospettiva, la produzione cinematografica viene descritta come dimensione artigianale: i “mezzi” non coincidono solo con gli effetti, ma con ciò che regge davvero l’impatto dell’opera, dalle sceneggiature fino al lavoro di attori e attrici.
pubblico, incassi e cultura: il dato economico non basta
Un punto fermo riguarda il modo in cui viene interpretato il rapporto tra cinema e pubblico. Pur non escludendo il tema del premio del pubblico citato nel contesto dell’intervista, l’attenzione si sposta sull’incasso, considerato non esaustivo. Il cinema viene definito cultura e fondamento per il paese.
La valutazione proposta distingue tra prestazione commerciale e impatto reale, evidenziando che alcuni film possono non registrare incassi importanti ma diventare argomento di conversazione, influenzare linguaggio e visioni nella società.
rompere gli schemi: il vivaio come ultima linea
Un’immagine particolarmente efficace viene costruita accostando il cinema al funzionamento di una squadra sportiva. Il concetto di vivaio risulta essenziale: senza nuove energie e senza continui rifornimenti, l’intero sistema perde forza. La metafora porta a descrivere la formazione e il ricambio come base permanente, paragonati ad altre forme artistiche come pittura, poesia e teatro.
Dentro questa lettura, il vivaio viene indicato come “ultima linea” e come spazio dell’audacia artistica, cioè il luogo in cui si rende possibile la sperimentazione e dove arriva chi riesce a rompere gli schemi. Se quella spinta si affievolisce, la linea tende a assottigliarsi e a trasformarsi in un fosso in cui si finisce per cadere tutti.
lo streaming e la lezione di montaldo
Quando viene affrontato il tema dello streaming e della tesi secondo cui avrebbe dovuto “uccidere” il cinema, la risposta è affidata a un ricordo del maestro Giuliano Montaldo. La conversazione richiama un passaggio legato alla transizione tecnologica: ai tempi del suo inizio, con l’arrivo del digitale, il confronto era già presente. Montaldo aveva osservato che, anche quando era circolata l’idea che il cinema fosse finito, il settore aveva continuato a vivere.
il lamento come minaccia: una prospettiva storica
Nel racconto riportato, a ferire davvero non sarebbe una tecnologia specifica, ma il modo in cui viene raccontata la fine del cinema. L’idea trasmessa è che a “danneggiare” il mezzo sia soprattutto il lamento continuo, capace di colpire la vitalità del settore. Questa interpretazione viene collegata alla capacità del cinema di riemergere nel tempo, indipendentemente dalle fasi di cambiamento.
la sala buia: desiderio collettivo e antidoto alla solitudine
La risposta più profonda alla questione sul futuro del cinema non passa da un’analisi tecnica, ma da una lettura antropologica. Gli esseri umani, secondo De Angelis, non smettono di cercare l’esperienza condivisa: stare in una sala buia con altre persone, assistere a un evento collettivo e partecipare a un gesto artistico vissuto insieme.
In questa cornice, il cinema viene definito antidoto alla solitudine. Se fosse sufficiente a se stessi, esisterebbe solo una fruizione in solitudine; la ragione della continuità del cinema viene invece ricondotta alla natura inquieta delle persone, che hanno bisogno di sapere che esiste anche un altro con cui condividere gli stessi problemi e le stesse emozioni.
progetti futuri: nuovo lungometraggio tra esperienze e campania
Nel quadro delle attività in corso, De Angelis risulta impegnato nello sviluppo di un nuovo lungometraggio. È previsto un ritorno alla Campania come luogo da cui far partire le storie.