Chi è il vero diavolo che veste prada miranda priestly spiegata in modo semplice e chiaro
Il ritorno di Il Diavolo Veste Prada 2 riaccende un legame ormai storico tra cinema e mondo dell’editoria di moda. Il personaggio di Miranda Priestly, a distanza di vent’anni, continua a essere al centro dell’attenzione non solo per la sua potenza narrativa, ma anche per il modo in cui la sua figura si intreccia con la sua ispirazione più riconoscibile: Anna Wintour. Le dinamiche tra finzione e realtà diventano più esplicite, mentre il mito assume una forma più consapevole e condivisa.
anna wintour e il mito di miranda priestly
Il punto di partenza del collegamento tra Miranda Priestly e la sua origine editoriale ruota attorno ad Anna Wintour, per lungo tempo direttrice di Vogue America. Nel corso degli anni, la sua immagine pubblica si è imposta come simbolo culturale: caratteristiche iconiche come caschetto geometrico, occhiali scuri e un modo di presentarsi alle sfilate considerato decisamente misurato hanno contribuito a definire una presenza capace di influenzare l’agenda della moda.
Il legame con Il Diavolo Veste Prada passa soprattutto attraverso Lauren Weisberger. Prima di diventare autrice, Weisberger è stata assistente di Wintour e ha trasformato l’ambiente osservato in un racconto romanzato. Il romanzo, pubblicato nel 2003 e poi adattato per lo schermo nel 2006, ha mantenuto l’attenzione su temi quali potere, controllo, ambizione, paura e desiderio di appartenenza.
- Meryl Streep (interpreta Miranda Priestly)
- Anna Wintour (figura reale legata all’ispirazione)
- Lauren Weisberger (autrice legata all’esperienza con Wintour)
la costruzione del personaggio oltre la caricatura
Il successo del modello narrativo legato al film non deriva da una rappresentazione ridotta a una sola persona. Il personaggio interpretato da Meryl Streep viene descritto come una lente attraverso cui osservare il prezzo dell’ambizione e l’impatto della competitività nei luoghi di lavoro. Dentro la struttura del racconto entrano anche elementi come violenza sottile, culto della perfezione e criteri di giudizio applicati al potere femminile con severità spesso analoga a quella riservata, in ambiti differenti, anche agli uomini.
Con il passare del tempo, anche Wintour avrebbe affrontato l’esistenza di quella “ombra” cinematografica. Parlare del primo film è stato accompagnato da un ricordo concreto: un’anteprima a cui ha partecipato con abiti Prada, senza un’idea piena di come sarebbe stato percepito il risultato. Il giudizio finale, secondo le dichiarazioni riportate, risulta meno ostile di quanto potesse temersi: un ritratto corretto.
- Meryl Streep (Miranda Priestly)
- Anna Wintour (direttrice reale e riferimento simbolico)
il diavolo veste prada 2 e la “vera miranda” nel racconto
Nel passaggio al sequel, la relazione tra finzione e realtà appare più dichiarata. Se nella prima pellicola l’aura legata a Wintour risultava presente in modo implicito, con Il Diavolo Veste Prada 2 il collegamento diventa parte integrante dell’impianto promozionale. Un segnale concreto viene indicato in una cover story di Vogue che mette insieme Anna Wintour e Meryl Streep, posizionandole sullo stesso confine tra icona editoriale e interpretazione cinematografica.
Wintour, in quella cornice, avrebbe riconosciuto il peso simbolico della scelta interpretativa, sottolineando l’onore di essere rappresentata da Meryl Streep pur ribadendo una distanza tra sé e Miranda: Miranda non coincide con Wintour. La posizione tiene insieme entrambi gli elementi: differenza e complicità, nella misura in cui la figura reale è considerata essenziale per la forza dell’immaginario costruito intorno al personaggio.
Da parte sua, anche Meryl Streep avrebbe raccontato di aver pensato alla direttrice mentre si tornava al ruolo dopo vent’anni. L’idea espressa è che Miranda non derivi da un unico modello: viene invece descritta come il risultato di una somma di figure di potere, molte delle quali considerate maschili. Questo sposta l’attenzione dal semplice riferimento biografico verso un tema più ampio: autorità, immagine e controllo.
- Anna Wintour (presenza simbolica e riferimento al mito)
- Meryl Streep (ritorno nel personaggio)
il coinvolgimento della direttrice di vogue sul set
Il coinvolgimento di Anna Wintour non viene presentato solo come passaggio promozionale. Il regista David Frankel avrebbe spiegato che un cameo non sarebbe entrato nel film perché considerato eccessivamente “metacomunicativo”. Anche senza una partecipazione in scena, la sua presenza sarebbe arrivata comunque durante le attività di produzione.
Durante una visita, Wintour avrebbe fornito un’indicazione sugli allestimenti di una sequenza ambientata negli uffici Dior. L’osservazione, riportata come dettaglio di gusto, sarebbe stata legata alla quantità e al colore dei fiori: non sarebbero stati usati in quel modo e sarebbero dovuti essere bianchi. Si tratta di una correzione minima, ma coerente con l’idea di un controllo preciso dello stile, utile a rappresentare il mito anche quando non è visibile in modo diretto.
- David Frankel (regista)
- Anna Wintour (presenza sul set e indicazione creativa)
una leggenda ormai dichiarata
A distanza di vent’anni, Il Diavolo Veste Prada 2 viene descritto come un ritorno che porta in primo piano un dialogo mai davvero interrotto tra Miranda e la figura da cui parte l’immaginario. La differenza, rispetto al passato, risiede nel fatto che oggi Anna Wintour non appare più soltanto come un’ombra da interpretare, ma come parte pienamente integrata del racconto che circonda la leggenda.
In questo modo, il riferimento al “vero diavolo” viene presentato come ormai parte della storia: non serve cercarlo tra le righe, perché il collegamento è diventato esplicito e dichiarato.