The mortuary assistant recensione: gioco horror con lore ricca ma quasi una valida esperienza

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l’ibrido tra videogioco e cinema trova in the mortuary assistant una trasposizione che resta fedele all’universo originale pur confrontandosi con limiti di tensione. l’opera, diretta da jeremiah kipp, è scritta da tracee beebe con la collaborazione di brian clarke, adattando la narrativa del gioco Darkstone del 2022. la pellicola, della durata di circa novanta minuti, mette al centro rebecca owens e raymond delver, offrendo una lettura cinematografica che cerca di mantenere l’essenza del videogioco senza rinunciare a una struttura narrativa coerente.

the mortuary assistant: accuratezza narrativa che non basta a trasmettere suspense

la pellicola mantiene fedele all’ossatura del gioco, concentrandosi su rebecca owens, giovane apprendista al cimitero di river fields, e sul professor raymond delver. quest’ultimo presenta comportamenti discutibili, imponendo limitazioni al lavoro notturno e l’accesso ad ambienti chiusi. la trama prende il via quando una notte un flusso improvviso di corpi costringe rebecca a rimanere all’interno della struttura, dove riceve l’accusa di possessione e l’indicazione di individuare lo spirito da combattere per liberarsi.

la sceneggiatura, curata da beebe con la supervisione di clarke, tenta di condensare l’intero lore del videogioco entro un arco cinematografico di 91 minuti. dalla prospettiva narrativa emerge un’analisi del passato di rebecca, inclusa la lotta contro la dipendenza e la perdita dei genitori, elementi che arricchiscono la profondità del personaggio ma rischiano di appesantire il ritmo. la responsabilità della gestione narrativa è affidata a una coppia di autori che cerca di spiegare i meccanismi della possessione senza rinunciare all’accessibilità per chi non ha familiarità con il titolo originale.

adattamento dal gioco al cinema

l’impostazione visiva e la creazione di atmosfera sono tra i punti di forza. l’ambientazione e la resa visiva richiamano fedelmente l’universo del videogioco, offrendo scene inquietanti grazie all’impiego di effetti pratici mirati e a una regia che privilegia la tensione atmosferica. non mancano richiami diretti al materiale di origine, con l’intento di fornire una guida agli spettatori non avvezzi al mondo di gioco.

focus su rebecca owens e delver

la narrazione approfondisce il passato di rebecca e le sue fratture personali, generando una percezione di agenzie e scelte autonome nel contesto della minaccia sovrannaturale. l’interazione con raymond è funzionale a svelare i dettagli della trama, anche se alcune scelte narrative ridimensionano la sorpresa finale rispetto all’esperienza videoludica originale.

l’apporto di brian clarke, creatore del videogioco, nella versione filmica con beebe, contribuisce a preservare l’anima della storia pur offrendo espansioni mirate. questa collaborazione è una scelta evidente per mantenere coerenza con l’opera originaria e per facilitare la comprensione della lore da parte del pubblico.

ritmo, lore e tensione

nonostante l’attenzione al lore del titolo, la pellicola tende a saturare alcune sequenze informative, rallentando la progressione narrativa. ciò influisce sulla capacità di generare un livello di terrore paragonabile a quello del videogioco, seppur senza trascurare momenti di suspense e di fascino visivo. la regia di kipp, affiancata da una fotografia sintetica ma efficace, evidenzia una scelta stilistica che privilegia la concretezza rispetto a invenzioni puramente teatrali.

elementi di regia e interpretazioni

la direzione jeremiah kipp si distingue per una sensibilità stilistica che valorizza la costruzione dell’atmosfera. la capacità di utilizzare effetti pratici durante le sequenze legate all’emblantazione e alle presenze sovrannaturali amplifica quell’aspetto tangibile dell’orrore, riducendo al minimo l’artificio computerizzato.

tra le interpretazioni, will a holland offre una componente emotiva solida, fungendo da anello di congiunzione tra le paure interiori e le manifestazioni demoniache. paul sparks regala una presenza ambigua a raymond, contribuendo a tenere lo spettatore in bilico tra fiducia e sospetto.

l’uso della regia, insieme al contributo di kevin duggin alla fotografia, permette di sorvegliare costantemente lo sguardo dello spettatore, stimolando la ricerca di indizi nell’ambiente stesso. l’approccio pratico agli effetti rende vivide le scene legate al rituale e alle apparizioni, rendendo ciascuna immagine piuttosto memorabile.

prospettive e criticità

tra gli aspetti positivi si segnalano: l’aderenza al materiale originale, un tono visivo convincente e una prova recitativa forte da parte della protagonista. tra i limiti emergono:

  • la potenza comica involontaria di alcune sequenze di possessione
  • un ritmo che, in alcune parti, sembra gravato dall’esposizione necessaria per i non lettori del gioco
  • l’assenza di alcuni elementi chiave presenti nel gioco, come una cornice di background familiare più completa

in definitiva, the mortuary assistant propone una lettura cinematografica rispettosa delle premesse originali ma non riesce a eguagliare i picchi di suspense del videogioco. la coniugazione di atmosfera, interpretazioni solide e scelte registiche di rilievo resta un elemento di interesse per gli appassionati di format ibridi tra gioco e cinema, pur restando lontana dai massimi standard di terrore raggiunti nel medium videoludico.

  • Willa Holland — Rebecca Owens
  • Paul Sparks — Raymond Delver
  • Jeremiah Kipp — regia
  • Tracee Beebe — sceneggiatura
  • Brian Clarke — ideatore del videogioco (collaborazione sceneggiativa)
  • Patrick Ewald — produttore

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