Rolling stones: tutti gli album dal peggiore al migliore

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La discografia dei Rolling Stones attraversa decenni di rock, cambiando pelle e obiettivi nel tempo. Le classifiche, spesso, premiano la sola longevità: ogni album viene trattato come un reperto intoccabile, senza distinguere tra slanci creativi e ripartenze meno convincenti. Qui viene impostata una lettura diversa, basata su valutazioni coerenti e su una prospettiva legata alle versioni in studio originali pubblicate nel Regno Unito, ordinate secondo la sequenza pensata dalla band.
Il focus è sugli anni in cui la formazione ha cercato un’identità stabile, spesso tra tensioni interne, tentativi di aggiornamento e scelte di produzione che non sempre hanno valorizzato l’anima blues. La scaletta in basso riporta i titoli da #24 a #15, con elementi chiave, punti di forza e criticità che emergono ascoltando il progetto discografico nella sua impostazione originaria.

Dirty Work: classificazione #24

Dirty Work (1986)

Dirty Work tende a rimanere ai margini del dibattito, anche perché l’album nasce in mezzo alla frattura di metà anni ’80 tra Mick Jagger e Keith Richards. Jagger si concentra sulle attività soliste, Richards cerca di tenere insieme il gruppo: il risultato è un suono più abrasivo e frammentato, privo di quella scorrevolezza che spesso contraddistingue la band. È un disco dominato dall’attrito, e pur avendo un momento autentico come “One Hit (To the Body)”, il resto dell’impianto risente della produzione tipica dell’epoca, con effetti e pulizia sonora che non dialogano perfettamente con la matrice blues.

  • Mick Jagger
  • Keith Richards
  • Jimmy Page (ospite in studio per la chitarra principale su “One Hit (To the Body)”)

Bridges to Babylon: classificazione #23

Bridges to Babylon (1997)

Bridges to Babylon rappresenta lo sforzo di una band con un’enorme eredità che tenta di ritagliarsi spazio nel clima sonoro della fine degli anni ’90. Jagger si avvicina alle sonorità legate a loop e trip-hop, portando The Dust Brothers a contribuire con una veste contemporanea. Il nodo, però, è che il gruppo viene percepito come meno adatto a un “lucidare” eccessivo: servirebbe più sporcizia, più materia. Nel disco spicca “Out of Control”, considerato un esito riuscito anche in ambito live, mentre la raccolta complessiva appare più vicina a una sequenza di prove che a una dichiarazione unitaria. L’effetto finale è un lavoro molto professionale e raffinato, che a tratti finisce per non lasciare respirare le chitarre.

Undercover: classificazione #22

Undercover (1983)

Undercover è descritto come il lavoro più “tagliente” e carico di contenuti politici mai realizzato dalla band. Qui il tentativo è chiaro: spingere verso una miscela di funk post-disco e nuove texture che si stanno affermando in quegli anni. L’ascolto risulta irregolare e spigoloso, ma proprio in questo emergono tracce capaci di sorprendere, come “Too Much Blood”, segnale che il gruppo prova davvero a spingere oltre i confini invece di limitarsi a ripetere formule. La coesione, però, rimane tenue: il disco viene interpretato come un’istantanea interessante di una fase in cui la band tenta di “usare” gli anni ’80 al posto di accettarne semplicemente lo stile.

A Bigger Bang: classificazione #21

A Bigger Bang (2005)

A Bigger Bang contiene, secondo la valutazione proposta, una versione più essenziale del gruppo dentro un impianto più lungo e dispersivo. L’album è visto come un momento di ritorno al nocciolo: Mick e Keith vengono indicati come più coinvolti nell’esecuzione degli strumenti, e la lista di ospiti si riduce per recuperare quel “disordine ritmico” che definisce l’identità più istintiva della band. Tra i punti alti emergono “Rough Justice” e “Back of My Hand”, che mostrano ancora energia. L’eccesso legato alla distribuzione su supporti dell’epoca, con una scaletta molto ampia, spezza il ritmo e riduce l’impatto complessivo. In un contesto più vincolato, come un classico vinile a lato singolo, la posizione in classifica sarebbe stata probabilmente superiore.

Steel Wheels: classificazione #20

Steel Wheels (1989)

Steel Wheels viene interpretato come il “trattato di pace” dopo i contrasti della metà degli anni ’80. Dopo le tensioni, l’obiettivo diventa trasformare la band nella realtà da palchi grandi e radio di massa che sarebbe stata consolidata negli anni successivi. Il disco è indicato come estremamente curato, con un’ingegnerizzazione pensata per la programmazione FM e per arene enormi. Anche “Mixed Emotions” è descritto come un buon pezzo pop-rock, ma il pericolo percepito è la perdita del margine irregolare che aveva reso i Rolling Stones una forza spesso definita come alternativa ai Beatles. L’esito viene riassunto come una scelta di piena efficienza commerciale, molto valida, ma con bordi più levigati.

Voodoo Lounge: classificazione #19

Voodoo Lounge (1994)

Voodoo Lounge è presentato come il momento in cui i Rolling Stones capiscono come invecchiare restando credibili. Con Don Was alla produzione, la band smette di inseguire la radio e torna a suonare come un gruppo in una stanza: un disco lungo e intriso di anima, capace di richiamare le radici senza trasformarle in una caricatura. “Thru and Thru” viene indicato come una delle ballate serali più riuscite di Keith, elemento che definisce il tono del gruppo per il periodo successivo.

  • Bill Wyman (assente: questo è il primo album senza di lui)
  • Daryl Jones (presente, indicato come incredibile, con un cambiamento percepibile nel “pocket”)

Hackney Diamonds: classificazione #18

Hackney Diamonds (2023)

Hackney Diamonds viene descritto come un caso raro per una band con sessant’anni di attività: un lavoro che non appare come semplice celebrazione dell’eredità. Il disco viene riportato come luminoso e aggressivo, con la produzione di Andrew Watt orientata a una chiarezza moderna e incisiva. Non punta a riprodurre “Exile” ma a realizzare un rock contemporaneo: nella maggior parte dei casi l’impostazione funziona. Tra i momenti di rilievo, la presenza di Lady Gaga in “Sweet Sounds of Heaven” è indicata come un grande passaggio gospel-soul, richiamando quella dimensione che la band non riusciva a centrare con la stessa forza dai primi anni ’70.

  • Lady Gaga (ospite su “Sweet Sounds of Heaven”)
  • Andrew Watt (produttore)

Blue & Lonesome: classificazione #17

Blue & Lonesome (2016)

Blue & Lonesome viene presentato senza costruzioni superflue: è un disco in cui i Rolling Stones eseguono brani che spiegano perché sia nata la spinta a voler essere una band. Proprio perché non viene perseguito il tentativo di scrivere “hit”, le performance risultano rilassate e al tempo stesso viscerali. Il punto centrale è il lavoro di Jagger con l’armonica, descritto come particolarmente intenso: l’esecuzione richiama l’apprendistato e la formazione precedente, prima dell’immagine da icona globale. Il risultato è un “hang record” nel senso migliore del termine, cioè un album che funziona come incontro e confronto autentico.

Their Satanic Majesties Request: classificazione #16

Their Satanic Majesties Request (1967)

Their Satanic Majesties Request viene respinto come lettura semplicistica basata sull’imitazione dei Beatles. Pur venendo riconosciuta la pressione legata all’uscita di “Sgt. Pepper”, l’album viene descritto come più oscuro e strano. Ne emerge un progetto “droga-like” e soffocante, un caos claustrofobico che però possiede un’estetica sinistra, contraria a molte forme di psych-rock ispirate a “peace and love”. “2000 Light Years from Home” è indicato come una vera bozza-prototipo di space rock, una faccia del gruppo raramente ripresa con la stessa intensità.

It’s Only Rock ‘n Roll: classificazione #15

It’s Only Rock ‘n Roll (1974)

It’s Only Rock ‘n Roll viene letto come il suono di un periodo di passaggio. Mick Taylor è descritto come prossimo all’uscita, mentre la scena glam dei primi anni ’70 inizia a filtrare nello stile e nella percezione sonora della band. La title track viene indicata come una sorta di manifesto, ma il disco resta disomogeneo: affiorano anche la fatica del tour e i cambiamenti interni, fino a farsi sentire. In sintesi, l’album viene giudicato come buono, ma meno solido per convinzione assoluta rispetto ai quattro lavori considerati prima.

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