Doomsday può riscattare x-men lultimo stand nella visione ventennale
the last stand si presenta come un capitolo controverso della saga degli X‑Men: rinunciando a una parte delle dinamiche portanti della trilogia originale, propone al contempo elementi e spunti su cui è possibile riflettere in chiave futura. l’analisi seguente ne ricostruisce i punti salienti, evidenziando quanto di interessante rimanga nonostante le criticità, e lo collega all’evoluzione prevista con avengers: doomsday.
the last stand è il peggiore della trilogia originale ma custodisce spunti utili
la pellicola è spesso indicata come la meno riuscita fra i capitoli iniziali della serie, con una durata contenuta e una gestione affrettata di alcune trame. la sensazione di corsa e di scarsa elaborazione di alcuni archi narrativi è evidente, tra cui l’asse centrale della saga Dark Phoenix che risulta messa in musica frettolosamente e priva di profondità sufficiente. numerosi elementi di contorno, come l’arco di Nightcrawler, risultano ridotti o eliminati, affidando meno spazio agli interpreti di rilievo.
non mancano, però, momenti capaci di colpire per intensità e stile. la mobilitazione dei mutanti guidata da magneto attinge a esperienze traumatiche reali, offrendo una cornice tematica forte e visivamente memorabile. lo stesso villainismo diventa una cornice per riflettere sull’identità mutante e sull’estinzione potenziale, temi che si ritrovano in filigrana nel film e che potrebbero avere sviluppi interessanti nelle opere future del franchise.
temi e momenti che funzionano
la sceneggiatura propone alcuni tratti di valore nonostante la cornice caotica. la dinamica tra magneto e la sua causa emerge come uno dei filo conduttori più pregnanti, capace di offrire una lettura drammatica delle sofferenze e delle scelte morali dei personaggi. la scena del patto e della battaglia finale rimane una sezione visivamente imponente, con un uso della violenza scenica che resta impressivo.
un’altra nota positiva riguarda l’interpretazione di beast, interpretato da kelsey grammer, la cui presenza resta coerente con la visione originale del personaggio e apre la porta a possibili sviluppi futuri. in una cornice di “cura” dei mutanti, emergono spunti sull’identità e sulla minaccia di estinzione che, nell’ottica di una nuova era cinematografica, potrebbero trovare terreno fertile in future iterazioni della saga.
vent’anni dopo. la strada verso doomsday
questa rilettura, condensando vent’anni di evoluzione nel genere superhero, accende l’aspettativa per un recupero narrativo che governi la rinascita degli X‑Men nel contesto di un universo condiviso più solido. avengers: doomsday è presentato come un punto di svolta capace di fornire una reale chiusura o rilancio delle dinamiche tra professor X, magneto e gli altri mutanti, superando le lacune narrative della versione precedente.
oltre l’interesse puntuale, la visione odierna induce a credere che i temi centrali della pellicola originale possano trovare una cornice più compiuta nel reboot e nelle successive produzioni del franchise. una chiusura autentica per la versione Fox degli X‑Men sembrerebbe possibile se le nuove traiettorie esplorano con maggiore densità la relazione tra identità mutante, potere e responsabilità, ampliando dopo Doomsday/Secret Wars il quadro narrativo complessivo.
conclusione: una prospettiva di chiusura
nonostante le carenze strutturali, The Last Stand resta una tappa significativa per comprendere l’evoluzione del franchise e per comprendere quale potenziale sia stato preservato in vista di una futura, autentica chiusura. l’attesa per Doomsday si alimenta proprio da questi passaggi, offrendo la promessa di un confronto tra i protagonisti che appaghi le aspettative e dia nuovo significato alle scelte compiute in passato.